LA MIA STORIA

 

Ermelinda Coccia nasce ad Offida, un piccolo paese del centro Italia, nel 1984. Da bambina, durante gli spostamenti in auto con la famiglia, il suo gioco preferito era accostare al viaggio la fantasia per inventare storie come nei film.

Nel 1994 perde il padre, fabbro e artista del ferro, a causa di una malattia. Cresce abbracciata dall’amore della madre e della sorella, che la lasciano libera di sognare ed esprimere le proprie emozioni.

Comincia a disegnare riprendendo gli schizzi che il padre realizzava per la lavorazione del ferro, così che all’età di 14 anni decide di iscriversi all’Istituto d’Arte Osvaldo Licini di Ascoli Piceno. Qui si avvicina alle tecniche pittoriche e alla fotografia analogica, che la portano a proseguire il suo percorso all’Accademia di Belle Arti di Urbino.

Pur frequentando il corso di Pittura, scopre e si innamora della Body e della Video Art, che le permettono di esprimersi prima attraverso il corpo e successivamente con il video. Nelle opere realizzate in questi anni spicca l’attenzione verso la forza e le paure dell’animo umano. Si laurea con il massimo dei voti presentando il suo primo cortometraggio L’altalena, realizzato assieme ad alcuni compagni di corso che si sono prestati sia a recitare che a lavorare dietro la macchina da presa.

Totalmente rapita dalla settima arte decide di continuare gli studi a Roma iscrivendosi alla Libera Università del Cinema. Al termine del corso realizza Weltanshauung, un cortometraggio che racconta la solitudine di una donna intrappolata nella soglia che divide la realtà dalla finzione. Decisa a non lasciare il mondo del video, si specializza nelle tecniche di ripresa al Centro Sperimentale Televisivo di Roma e sceglie di accantonare l’introspezione per allargare lo sguardo verso ciò che la circonda.

Comincia a lavorare sul sociale e di conseguenza con il documentario. Realizza assieme ad Andrea Cottini e Davide Falcioni Me sem rom, un documentario interamente auto prodotto che descrive l’ultimo anno di vita del Casilino 900, il più grande campo rom d’Europa, sgomberato e smantellato dalla giunta Alemanno nel 2010.  Contemporaneamente collabora come secondo operatore di ripresa per una serie di documentari girati in Irlanda, Scozia, Svezia e Sud Africa e prodotti per un canale di Sky.

Successivamente, trovando difficoltà a lavorare nel campo cinematografico anche a causa del suo carattere introverso, torna nelle marche. Mentre lavora come cameriera continua a dedicarsi all’arte e al racconto. Gira Vivo, una ricerca documentario che indaga sul senso della vita attraverso l’esperienza di 7 persone.

Nel 2012 alla ricerca di nuovi stimoli, si trasferisce a Parigi dove di sera lavora come cameriera e durante il giorno si dedica al montaggio di Vivo. Dopo 8 mesi torna in Italia e comincia a lavorare come tecnico video per un’emittente televisiva. Nel frattempo tira fuori dal cassetto la sceneggiatura di Senzapaura e decide di girarlo. Torna a raccontare la storia vissuta con il padre ma con una visione meno intima, che possa arrivare dritta a chiunque. Descrive così il cancro dal punto di vista onirico e positivo di una bambina.

Il cinema e il video, pur essendo passioni molto forti, in fase di lavorazione continuano a scontrarsi spesso con la sua indole intimista. Nel 2017 trova attraverso la Sand Art il connubio tanto cercato fra il disegno e la cinematografia.